Il Libro

Tutto avrei pensato di poter fare nella mia vita tranne che scrivere un libro. Tuttavia vi rassicuro subito, quello che state leggendo non è un'opera di narrativa degna del premio Campiello, e chi scrive non è nemmeno un illustre scrittore americano che ambisce al "The Pulitzer Prizes" della famosa Columbia University. Ve ne accorgerete subito dopo aver letto alcune righe che questo è il semplice racconto della vita di un uomo comune, scritto da un uomo comune, che durante il suo tragitto ha trovato un ostacolo inatteso e apparentemente insormontabile, uno di quei tranelli che la vita ti prepara per metterti alla prova e per farti capire che non sei venuto al mondo per fare una splendida vacanza di un'ottantina d'anni, ma che sei stato invece chiamato a fare un percorso tortuoso e difficile dove ognuno deve conquistarsi quotidianamente la sua possibilità di poter aprire gli occhi, di vedere la luce e di respirare l'aria: di vivere.

Tutto questo noi lo sappiamo benissimo, lo apprendiamo fin da piccoli osservando la natura, gli animali e guardando come vivono i nostri simili, ma spesso ce lo dimentichiamo, ci culliamo sulle gioie quotidiane, ci abbuffiamo dei successi professionali e guardiamo troppo spesso con distacco alle avversità della vita che crediamo non ci appartengano finché queste non ci toccano da vicino o addirittura personalmente. A me è toccato "l'Ictus", un fulmine a ciel sereno che non mi ha ucciso, ma mi ha spezzato letteralmente la vita. Mi ha diviso in due proprio come quando una saetta colpisce un albero e lo squarcia in verticale lasciandolo in piedi senza abbatterlo completamente. Ha inaridito la parte destra del mio corpo, mi ha tolto la parola, mi ha creato enormi difficoltà motorie, ma non mi ha tolto la vita, e nemmeno la voglia di viverla, anzi, paradossalmente mi ha dato una forza interiore, una caparbietà e una determinazione che nei miei quarantacinque anni di vita precedente non avevo mai conosciuto e che sono diventate il vero motore quotidiano della mia lotta per l'esistenza. I vecchi mi hanno insegnato che se porti la tua croce in piazza e la confronti con la croce degli altri, quasi certamente torni a casa ancora con la tua croce. Questa è una sacra verità.

Noi ci rammarichiamo sempre per i nostri piccoli acciacchi quotidiani e non ci accorgiamo della fortuna che abbiamo e di quanto invece sia grande la sofferenza degli altri. Non ce ne accorgiamo finché la vita non ci costringe a riflettere e quando lo fa scopriamo amaramente che il dolore e la sofferenza sono componenti della vita che sono sempre appartenute a ognuno di noi, non solo agli altri, ma purtroppo noi li misuriamo con un metro diverso secondo la condizione in cui ci troviamo. L'Ictus è una patologia che in Italia colpisce circa 200 mila persone l'anno, non sempre uccide ma quasi sempre lascia delle menomazioni irreversibili. lo conosco bene L'Ictus, mi ha colpito tredici anni fa, e da allora mi ostino a considerarlo non solo una malattia, ma una vera e propria vigliaccata della vita, una pugnalata alla schiena che ti ferisce senza una ragione precisa, ti lascia esanime sul terreno, e se avrai la fortuna di sopravvivere, ti farà passare tutto il resto della tua esistenza a chiederti il perché.

Perché proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmelo? Dove ho sbagliato? Cosa avrei dovuto fare per evitarlo? Alla fine i medici ti convinceranno che forse hai condotto una vita leggermente trasgressiva: hai mangiato troppo, hai bevuto troppo, hai fumato troppo, hai lavorato troppo e ti sei curato troppo poco di te stesso e della tua salute. Non sarà difficile dargli ragione, resta però il fatto che queste trasgressioni le fa anche la maggior parte del resto degli esseri umani, che fortunatamente però non prende l'Ictus. E allora entra in scena il DNA: una delle cause maggiori delle patologie neuro- vascolari pare sia proprio l'ereditarietà, perciò, anche se conduci una vita monastica, ligia ad ogni forma di attenzione, devi sempre stare all'erta perché prima o poi rischi di essere pugnalato alle spalle da un colpo improvviso. Spero che non si scandalizzi nessuno per il linguaggio e l'approccio un po' "libertino" che uso nei confronti di questa serissima piaga del nostro tempo con la quale in questi anni ho imparato forzatamente a convivere anche in maniera serena e un po' scherzosa, cercando di sdrammatizzare gli inevitabili momenti di sofferenza e di depressione ai quali il decorso mi sottopone.

Questo libro non ha nessuna ambizione se non quella di trasmettere a tutti coloro che sono stati colpiti da questa malattia, la stessa forza e la stessa determinazione che ho profuso io in questo mio calvario per affrontare e cercare di superare l'avvilimento quotidiano a cui vorrebbe sottomettermi questa malattia. Non mi sono mai fatto sopraffare dalla menomazione, ho evitato di cadere nella rete della depressione, ho cercato di dare un senso di utilità a questa mia nuova condizione e ho sempre preteso dagli atri il rispetto della mia dignità. Il cammino è durissimo e appare spesso interminabile, ma nei momenti difficili ricordo sempre che sono vivo e che la vita vale sempre la pena di viverla anche in condizioni di disagio e di estremo sacrificio.